Perdere peso tra gola e pigrizia.

Perdere peso è spesso un percorso frustrante, stretto tra le necessità della salute e le difficoltà a modificare le abitudini di vita. Cosa veramente ci impedisce di cambiare, quali sono i sottili meccanismi psicologici alla base del nostro agire e, quindi, anche della nostra relazione con il cibo? Che cosa guida il nostro comportamento e ci fa scegliere tra un frutto e un dolce, una passeggiata e la poltrona? A new look at the science of weight control: How acceptance and committment strategies can address the challenge of self-regulation. A? un articolo recentemente pubblicato sulla rivista Appetite che offre un modello teorico per analizzare la relazione degli esseri umani con il cibo e l’attività fisica, quindi con le chiavi per il mantenimento di un peso corporeo appropriato. Gli Autori sottolineano il ruolo dei processi cognitivi automatici e impliciti nel determinare i comportamenti; ritengono che il mondo in cui oggi viviamo sia un mondo “obesogeno” in cui il cibo appetibile e insalubre abbonda ed A? a portata di mano e le occasioni di svolgere esercizio fisico sono rese sempre piA? marginali. Oltretutto la specie umana sembra essere biologicamente predisposta a risparmiare energia e a ricercare cibo, rendendoci facilmente responsivi agli stimoli che guidano verso l’inattività e il mangiare . Il mangiare in eccesso e l’essere sedentari sono quindi le nostre posizioni naturali a meno che non utilizziamo opportune capacità psicologiche per modificarle, permettendoci di abbracciare uno stile di vita salutare. Ma seguire una dieta puA? far nascere sensazioni spiacevoli come l’intensa, morbosa voglia di cibo e, ugualmente, svolgere un’attività fisica si può associare a sensazioni poco gradite come la fatica...

Un articolo scientifico “storico” a proposito di mindfulness e sofferenza da dolore cronico.

Nell’aprile del 1982 la rivista scientifica General Hospital Psychiatry ha pubblicato un articolo di Jon Kabat-Zinn che descrive le basi teoriche ed i primi risultati di uno studio da lui condotto al University of Massachussets Hospital, in cui un programma di pratica di meditazione di consapevolezza era stato proposto ad un gruppo di pazienti affetti da dolore cronico. An Outpatient Program in Behavioral Medicine for Chronic pain Patient Based on thr Practice of Mindfulness Meditation Si trattava di un gruppo di 51 persone di etA� compresa tra i 22 e i 75 anni di cui 18 maschi e 33 femmine sofferenti di dolori che non erano sufficientemente controllati dalle cure mediche abituali; i dolori maggiormente rappresentati nel gruppo erano quelli del tratto lombare della colonna, quelli cervicali, del dorso e delle spalle, le cefalee sia tensive che emicraniche ed altri a sede diversa. Veniva contemplato un colloquio individuale con ogni paziente prima dello svolgimento del programma, con la finalitA� di acquisire i dati sulle caratteristiche del dolore e sullo stato psicologico e per informare dell’impegno del programma; al termine veniva effettuato un secondo colloquio per rivalutare gli stessi dati e fornire consigli su come continuare la pratica meditativa. Erano utilizzati diversi indici di valutazione di differenti aspetti del dolore (PRI, BPPA, DPM, TLI) ed altri per valutare aspetti della salute non specificamente centrati sul dolore, come il tono dell’umore o l’auto valutazione della propria salute. Il programma si svolgeva in 10 settimane con un incontro settimanale di 2 ore nel corso del quale i partecipanti erano istruiti a praticare meditazione di consapevolezza (Mindfulness Meditation) in diverse forme: la scansione...

Gli effetti della meditazione sul cervello.

La neuroplasticitA�, ovvero la capacitA� del sistema nervoso di modificarsi nella struttura a seguito di stimoli di varia natura A? una acquisizione scientifica piuttosto recente, nonostante le prime intuizioni a riguardo risalgano all’inizio del novecento. Le tecniche di risonanza magnetica hanno permesso di migliorare lo studio del cervello e diA� estenderne le conoscenze anatomiche e funzionali consentendo di andare oltre la teoria che individuava una relazione statica tra aree cerebrali e specifiche funzioni, integrandola con la scoperta che le funzioni cerebrali sono frutto di un’attivitA� dinamica: sono dinamici i collegamenti tra i neuroni, le relazioni tra le diverse aree cerebrali e la possibilitA� di riorganizzare tali relazioni e di modificare i confini delle varie aree costituiscono un aspetto importante del funzionamento di questo organo stupefacente. Il cervello quindi si modifica con l’esperienza, l’esercizio, l’apprendimento; ciA? che facciamo, che sia suonare uno strumento giocare a tennis o meditare, modifica o rinforza o crea nuovi collegamenti tra cellule o gruppi di cellule cerebrali; l’esperienza ci cambia e, cambiando, diventiamo piA? funzionali all’eperienza; edA� A? possibile studiare con tecniche appropriate in che modo e dove questo succede. Studi su questa plasticitA� del cervello sono stati effettuati anche su persone dedite alla meditazione, per comprendere quali aree del cervello siano implicate nell’attivitA� meditativa e se e come queste aree si modifichino e fungano da “sostegno” a nuove capacitA� cognitive. Questi due studi ne sono un esempio: HA�lzel B.K., Carmody J., Vangel M., et al. Mindfulness practice leads to increases in regional brain gray matter density. Psychiatry Research: Neuroimaging. 2011;A�191(1):36a��43. A� Luders E, Toga AW, Lepore N, Gaser C The underlying anatomical correlates of...

Benessere degli operatori e capacitA� di relazione con i pazienti

Uno studio condotto su settanta medici di cure primarie di Rochester (N.Y), che parte dall’osservazione dell’elevato livello di distress di questa categoria di sanitari, che si associa a burnout e scadimento della qualitA� delle cure. Lo studio si prefigge di verificare se un training intensivo di mindfulness possa migliorare questa condizione. A? stato pubblicato nel 2009 su JAMA, la rivista dell’ American Medical Association. Qui di seguito il link: Association of an Educational Program in Mindful Communication With Burnout, Empathy, and Attitudes Among Primary Care Physicians Michael S. Krasner, MD, Ronald M. Epstein, MD et al. JAMA 2009;...